25 Ottobre 2021
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Stagione 1987/88

Per la prima volta mio padre mi permetteva di andare allo stadio da solo con i miei amici.
Ero un adolescente di buona famiglia senza particolari turbolenze.
Il fatto di poter frequentare il Ferraris senza “accompagnatori” adulti, tuttavia, faceva schizzare l’adrenalina a mille. Mi sentivo carico, mi sentivo per la prima volta “grande”.
Era il primo anno dei lavori in vista di Italia 90 e la vecchia Nord era stata letteralmente segata in due.

Questo, complice il fatto che eravamo da anni in serie B e (tanto per cambiare) navigavamo in pessime acque, creava ai miei occhi uno scenario decisamente cupo. Tuttavia, la precarietà che regalava il “tempio” sventrato in quel modo riusciva a trasmettermi un senso di appartenenza ancora maggiore, una voglia è una necessità di “resistenza”.

Vidi la prima partita del Genoa con mio padre nel 1981 e l’amore per i nostri colori era già enorme.
Quello, però, fu l’anno della vera svolta dentro di me.
Una domenica di novembre.
Giochiamo contro il Brescia.
Sto bighellonando insieme a Piru fuori dai cancelli della nord. In tasca l’abbonamento che a breve mostrerò con una certa fierezza per poi andare finalmente ad occupare il mio posto in gradinata ammirando le gesta di campioni quali Pecoraro Scanio, Mastrantonio, Trevisan, Ambu…

Improvvisamente mi si para davanti un ragazzone con la faccia simpatica. Sorseggia una birra fumando una sigaretta. Porta i capelli lunghi e indossa degli occhiali da vista dalla montatura piuttosto importante, un bomber blu, jeans attillati e anfibi. Mi lancia un’occhiata e mi dice: “oh ragazzi oggi facciamo un nuovo coro su “volare”! Fa così “Griifoneee ooh ooh, Griifoneee oh oh oh oh, la nord impazzisce per te! Griifone grifone ole!”.

Rimango un po’ interdetto, annuisco e saluto.
Qualche minuto dopo, ormai nel cuore della mezza-nord, realizzo che quel ragazzo è lo stesso che ogni domenica si mette sulla balaustra e ci fa cantare. Il capo della Nord.
Roberto Scotto.
Cazzo. Scotto non solo mi ha rivolto la parola ma mi ha dato pure un’anteprima su un nuovo coro che andremo a fare!

Quel giorno vincemmo 2-0, ovviamente il nuovo coro da lì in poi spopolò e ci accompagno’ fino allo psicodramma dell’ultima di campionato a Modena, quando battemmo i padroni di casa 3-1 ed evitammo per il rotto della cuffia la retrocessione in serie C.
Non ho avuto la fortuna di essere amico di Roberto ma l’ho sempre considerato una persona “vicina” a me. A parte il fatto di averlo incrociato centinaia e centinaia di volte allo stadio, amici comuni mi hanno parlato tante volte di lui nel corso degli anni dipingendomi perfettamente il tipo di persona che ero sicuro fosse.

Una bellissima persona, ricca di umanità, di altruismo, di voglia di condivisone e confronto, di valori solidali incrollabili, di grande simpatia e autoironia.
Negli ultimi anni, provato da un terribile male che purtroppo se lo è portato via, ha dimostrato di avere uno spessore morale fuori dalla norma. Senza mai e poi mai piangersi addosso ha messo a disposizione del prossimo la sua vicenda raccontandosi con enorme dignità e grande forza d’animo con l’obiettivo, raggiunto, di infondere agli altri un po’ del suo enorme coraggio.

Circa due anni fa l’ho contattato su Messenger per una qualche questione che ora non ricordo e da lì abbiamo iniziato a scriverci. Non assiduamente ma con una certa frequenza.
Si parlava ovviamente del nostro Genoa, ma anche di altro.
Gli ho fatto ascoltare qualche mia canzone. Lui mi disse “Guarda, io non me ne capisco un cazzo ma mi sembrano molto belle”.

Ci siamo ripromessi più volte di “conoscerci” finalmente davanti a una birra ma la malattia lo stava logorando e io non ho mai insistito per timore di risultare invadente.
Solo ora mi rendo conto che non ho mai ringraziato Roby per tutto quello che ha fatto per la nostra tifoseria, per la nostra gradinata, per difendere la Genoanita’.
Lo faccio adesso, con tutto il cuore.
Ciao, Sacerdote, GRAZIE.
Ti voglio bene!

Michele Bitossi

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