31 Gennaio 2023
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Il RossoBlu di Genova

Un giorno perfetto

8 novembre 1981, Genova – “Stadio Luigi Ferraris” – Ottava giornata, Campionato di serie A

“… ricordo il profumo del prato…

la gioia di essere lì…”

 

Avevo quasi dodici anni. Ricordo il solito profumo di caffellatte che mi arrivava dalla cucina, il primo sole che filtrava attraverso le fessure delle persiane, e la consueta sensazione di festa e di serenità, così rassicurante, della domenica mattina.

A distanza di sei anni dal provino sostenuto nei pulcini del Genoa Cricket & Football Club, dopo anni di allenamenti e partite sui campi in terra battuta della mia Genova, era arrivato il momento di appoggiare le mie scarpette e la mia divisa da piccolo Grifone sull’erba del… campo in erba. L’unico… campo in erba. Insomma, io, proprio io, io che la domenica mattina giocavo la mia partita di campionato vestito di rossoblu; io che la domenica pomeriggio andavo con mio papà a vedere il Genoa vestito di rossoblu; insomma, proprio io stavo per fare il mio esordio nel tempio dei “grandi”, cioè di quegli esseri “perfetti” che vivevano nel mio album di figurine. Avrei giocato al Luigi Ferraris! Partita organizzata tra formazioni appartenenti al settore giovanile del Genoa per promuovere il Genoa calcio, e, forse, per regalarci quelli che per molti di noi sarebbero rimasti gli “unici” minuti di “gloria” della nostra vita.

La partita era stata organizzata quella domenica, Domenica 8 Novembre 1981, alle ore 13, un paio d’ore prima della partita Genoa-Juventus del campionato 1981/82 di serie A. Non solo avrei giocato sul campo in erba, ma lo avrei fatto in uno stadio probabilmente già pieno in attesa dei nostri eroi, che probabilmente avrei guardato da vicino giù negli spogliatoi, prima… o dopo… o prima e dopo la mia prestazione. E poi, ovviamente, la partita, Genoa-Juve… i grandi… da dentro il campo… forse… chissà. Non dormii quella notte.

Il cuore batteva forte, adesso, più forte di quanto non avessi mai sentito prima. Arrivammo tutti alla spicciolata nei pressi di Corso De Stefanis, dopodiché ci guidarono negli spogliatoi in un silenzio magico. Scendevo giù per le scalette e mi guardavo intorno come se stessi scendendo nelle viscere della piramide di Cheope piuttosto che negli spogliatoi del Ferraris. Come me tutti gli altri. Ormai non era possibile distinguere una pulsazione da quello successiva… ero giunto all’ingresso dello spogliatoio. Ora i ricordi si fanno più vivi. Intorno confusione, voci, suoni, tacchetti di metallo sul cemento, profumo di magliette. Ecco la mia divisa, comincio a vestirmi, immaginando qualche metro più in là, dietro uno di quei muri, Martina, o Gorin, o Testoni, Briaschi, Cabrini, Zoff, fare le stesse cose che sto facendo io… mi tremano le mani. Parastinchi, cavigliere, calzettoni, poi i calzoncini, le scarpe, la maglia… Mi guardo nello specchio dello spogliatoio. Noi abbiamo la divisa da trasferta, quella bianca con le bande rossoblù orizzontali al centro, noi siamo i più piccolini. L’altra giovanile del Genoa, contro cui giocheremo, sono più grandi di un anno ed hanno la divisa a quarti rossoblu. Siamo tutti bellissimi. Siamo quasi pronti, esco nei corridoi a fare qualche esercizio di rito, con gli altri, il riscaldamento. La partita durerà due tempi da venti minuti ciascuno. Sono concentrato, e teso come se la mia vita dipendesse da questi quaranta minuti. Che sciocco… ma che emozione! Cerco con lo sguardo i miei “eroi”, e finalmente dopo qualche minuto comincio a vederne qualcuno… Eccoli! Sì, eccoli! Ecco… Cabrini in tuta che passeggia e chiacchiera con qualcuno… eccone altri… non li ricordo tutti… Zoff!… I nostri!… Onofri… Manfrin… e poi Briaschi… Vandereycken… Sala… Boito… e… Gorin! Gorin… anche io gioco come terzino destro… ho il numero due sulla schiena anche oggi. Vorrei avvicinarmi… ma ho vergogna… e poi devo giocare anche io… mi chiamano… è arrivato l’arbitro… c’è l’appello… devo andare.

Inizia la partita. Si sale, l’ingresso è quello sul lato opposto alla gradinata Nord (eh…)… nel “vecchio” Luigi Ferraris. Si sale. Si sale. E’ una salita infinita. Salgo. E salgo. Il vociare della gente comincia a farsi più forte. Copre il rumore del mio cuore. Le gambe non mi tengono. Sento la gradinata Nord. Vedo uno scorcio di cielo, stiamo arrivando. La Nord si sente ancora più forte, sono già in tanti. Ecco la luce. Ecco il cielo. Ecco l’erba. Entro. Il boato della gente. Applausi ai grifoncini. Applausi per tutti. Corro da qualche parte, ma non lo so dove sto correndo. Corro verso la Nord. La Nord tira fuori voce, bandiere, sciarpe, coriandoli. Sento l’erba sotto di me, ma non sono tanto sicuro di essere sulla “terra”, e continuo a correre ed a guardarmi intorno. E’ incredibile il profumo di erba che c’è qui sotto! Forse pensavo che anche il campo, come i miei eroi, fosse una figurina… un disegno. Che profumo, che profumo! Siamo nel pieno centro della città, ma sembra di stare in campagna, sono frastornato… è un prato meraviglioso… e corro… corro… tutto intorno è festa… io guardo la Nord… e cerco papà e mamma… nei Distinti. Come sembra tutto diverso da qui! Corro… corro… il tempo è fermo… mentre io corro… è il mio momento… ma mi tremano le gambe… guardo verso i Distinti… ancora… li cerco… ma è impossibile trovarli… li cerco… mi sento perduto qui sotto… mi tremano le gambe.

Inizia la partita. Gioco spalle alla Nord. Mi passano il primo pallone… la palla scivola in un modo stupendo su questo prato… on sono abituato a giocare sul tappeto… che bello… io vado di piatto… e subito via… corro… avanti ed indietro… ma ogni volta che la palla viene verso di me il panico mi lega i movimenti… guardo la gente della tribuna mentre i miei compagni giocano dall’altra parte… sono così vicini… eppure mi sento così solo… adesso… sento il tifo della gradinata… sono “invincibile”… adesso… e terrorizzato!… Sembra tutto così grande da qui… la porta è distantissima… non ci si crederebbe! Vorrei arrivare in fondo e fare un bel cross… ma devo marcare l’ala… ed il campo è veramente troppo lungo per me… è difficile correre sul prato… molto più difficile che sulla terra battuta… non so da quanti minuti sto giocando ma è faticosa… l’erba… faticosa… corro… ricordo un paio di azioni… triangolazioni… sempre lungo la tribuna… forse un applauso… ma non era per me… no di certo Io non ho fatto niente di importante. Secondo tempo.

Ora vedo la Nord là in fondo… mi manca l’aria… e non è solo fiatone… io sono a centrocampo adesso… il vuoto… il vuoto… non ricordo niente adesso… tranne un’azione… una… sta per finire la partita e siamo ancora sullo 0-0. “Non posso uscire da qui senza fare una corsa lungo la mia fascia fin sotto la Nord”… devo riuscirci… ma sono stanco… tanto stanco… l’erba è più alta di quanto mi aspettassi… tanto alta… l’occasione arriva… la fascia è libera… grido ad un mio compagno di lanciarmi… sto correndo… corro… corro… non so dove prendo le forze ma corro… la palla arriva! Arriva… io corro… la prendo… ho spazio… vado… stringo un po’ verso il centro… ho ancora la palla… la gente incita… ho paura di sbagliare ma la palla è ancora lì… ed io corro. “Com’è possibile che io sia ancora così distante?! Sto correndo da mezz’ora!… E la porta è sempre laggiù! Ma quanto è lungo questo dannato campo!” Non sento niente adesso… e nessuno… i miei compagni… la gente… il profumo dell’erba… i miei sogni… mio papà… mia mamma… io corro… e basta… la palla è lì… io corro… supero il mio avversario… ma lui non mi molla… “lasciami crossare! E’ il mio momento… lasciami crossare… ti prego!”. Ma lui non molla… ce la devo fare… non mi sento più le gambe… mi spinge… sto cadendo… sono quasi a terra… quasi in fondo al campo… adesso… sul bordo dell’area di rigore… sto cadendo… sto cadendo… allungo la gamba… ci arrivo?… Ci arrivo… “non ci arrivo… non ci arrivo… maledizione!” Ci arrivo… ci arrivo… “ce l’ho fatta!… Ce l’ho fatta!… Ce l’ho fatta!”. Il cross è perfetto… io sono a terra e guardo la palla alzarsi e dirigersi verso il dischetto del rigore… sono a terra e la palla è ancora in volo… la guardo… “dai… vai… vai!… Vai!… Qualcuno la prenda!… La prenda!… E’ il nostro momento… è il nostro momento…”. Il portiere esce… “stai fermo!”… Penso… “lascia andare quella palla… lasciala andare… lasciala andare!”. Niente… la prende… io sono ancora a terra… faccia in su… guardo la “mia” gradinata… guardo i Distinti… sento il profumo dell’erba… non voglio alzarmi… sdraiato qui… la gente applaude… forse sono per me… gli applausi… questa volta… forse… per me… mi alzo… do l’ultima occhiata davanti a me… mi giro… ricomincio a correre… lascio dietro di me gli applausi… la Nord… il cielo… la porta distante… le gambe stanche… le corse… la palla che scivola… i colori… un profumo… un sogno.

La partita è finita. Guardo la gradinata… e porto via la “foto”. E’ qui, dentro di me. Ecco le scale… un’ultima occhiata… ancora… poi scendo. Di corsa, la doccia, presto! Tra poco c’è la partita. Ci portano dall’ingresso in campo, in basso, dietro la porta, a pelo d’erba, l’erba dove fino a poco fa c’ero anche io con le mie scarpette. Siamo in linea con la porta, con le nostre borse, sfiniti e fieri, in attesa che entrino i giocatori “veri”, proprio da lì, da dove siamo entrati noi, su per quegli scalini. Proprio quelli. Proprio lì.

Eccoli… eccoli… stanno entrando… escono. Lo stadio è una festa indescrivibile… è stracolmo… bellissimo come sempre… c’è un sole meraviglioso oggi… e quel cielo azzurro di Genova… a Novembre. Genova… è bellissima… oggi.

So che ogni “vecchio” genoano ricorderà perfettamente ogni secondo di quella partita: goal di Cabrini sotto la Nord nel primo tempo; pareggio di Romano ancora sotto la Nord nel secondo tempo. Ma… ecco… la dimostrazione che la “perfezione”… esiste… oh se esiste! Sono come paralizzato, a pelo d’erba in linea con la porta di Zoff. Da qui non si capisce benissimo cosa succeda in campo, ma ti ci senti così “dentro”… “dentro”… ed oggi io non voglio uscire più da qui. La Juve, laggiù in fondo, sta attaccando… attacca… sotto la nostra gradinata… ho paura… improvvisamente vedo una palla lanciata verso Briaschi. Che giocatore Briaschi. Velocissimo, lui prende la palla, aggira l’avversario e scatta in avanti lanciando una palla lunga verso Iachini… Pasquale Iachini… lato Tribune… quindi opposto al mio. Iachini corre palla al piede… penso… “… come me!” Ma Iachini è un mancino… ed è ancora così “distante” dalla porta… non succederà niente. Ma la gente urla… io non capisco… ancora… ma tutti urlano… e Iachini corre verso la porta di Zoff. Lo vedo… urlo anche io… adesso… lui carica il tiro con il destro… sembra ancora distantissimo dalla porta… ma per me è tutto distante… lì dentro. Parte il tiro… a pelo d’erba… diretto verso l’angolo alla destra di Zoff… Zoff esce qualche metro dai pali… e si tuffa… si allunga. Io sono troppo di lato… la guardo… la palla… il braccio destro di Zoff è ormai disteso verso destra… e lui è totalmente sdraiato… guardo ancora la palla… la guardo… la palla supera il braccio di Zoff… ma ancora non capisco… non è possibile!… Non ci credo!… La palla va… e va… e va… e non esce!… Non esce!… E’ nell’angolino… proprio lì… a filo… nell’angolino… è entrata!… E’ entrata!… E salto, grido, urlo, corro, ancora, e salto, salto, salto, non mi fermo più, non mi fermo più! E’ festa, oggi, è festa, è domenica, è festa, sono felice, sono felice, siamo felici, oggi, abbraccio tutti, siamo felici, siamo tutti felici, oggi!

Passano i minuti. Forse dieci, forse venti… forse una eternità! L’arbitro estrae il fischietto… E’ 2-1 per il Genoa!

Si torna a casa. Si guardano le immagini, il campo, la gente, le bandiere, le urla, la gioia. Io c’ero, io c’ero… mi ripeto. Proprio lì. Io c’ero!

Oggi ho 50 anni, sono un ingegnere che gioca con la musica, o un musicista che gioca con la matematica, un marito mediocre, un padre immaturo, un bambino mai cresciuto completamente, un sognatore che perde sempre. Gioco ancora con gli amici, ma sempre e solo con la mia maglia rossoblù. La musica è diventata la mia grande passione, e se cento sogni sono dietro le spalle, mille altri sono appena cominciati. Ho “ritoccato” i concetti di “grande, distante, maturo, saggezza, debolezza, forza, unico, invincibile, equilibrio, valore, perfezione, paura, insicurezza, rassicurante, sempre, futuro, inutile, memorabile, vecchio, stupido, mio, vero, impossibile, gloria, eroe…”… e molti altri. Ma vado ancora a vedere il mio Genoa. Ed ogni volta… ancora… mentre aspetto i miei “eroi” entrare in campo… il mio primo sguardo è rivolto a quello spicchio di campo sotto la gradinata… a quel piccolo Grifone pieno di speranze… al tremore delle sue gambe… al profumo dell’erba… alla corsa su quella fascia… al cross… al sorriso fiero di mio padre… all’abbraccio di mia madre… ai colori… allo stupore… alla gioia… al cielo terso di Genova in una giornata di Novembre…

… ad un giorno perfetto.

 

di Luca Canfora

Andrea Stegani
Andrea Steganihttps://www.realtagenoana.it/2021/02/05/mio-padre-genoano/
47 anni, grafico web designer. Il Genoa è la mia malattia fin da bambino. Mi ritrovo molto in questa citazione: non amo il calcio, amo il Genoa!

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